Padre Lombardi, una lettera sulle onde corte :: Portale Italradio Mobile

PMo, 07 Mar 2017 - 13:26 (Ultima modifica: 10 Mar 2017) | In una lettera al blog Settimo Cielo, del vaticanista Sandro Magister, padre Federico Lombardi interviene sulla possibile chiusura del centro di Santa Maria di Galeria: "l’avvenire punta su altre tecnologie. Se quindi nel quadro della riforma dei media vaticani si prendono decisioni in questo senso, potrò sentire il naturale dolore per la caducità delle nostre opere, ma non sarò io a contestarle, auspicando naturalmente che tutti gli aspetti della questione siano presi in considerazione."
La lettera di padre Lombardi è molto articolata e ripercorre la storia di Santa Maria di Galeria (e delle onde corte in generale) nell'ottica della ristrutturazione dei media vaticani. La sua tesi è che dove non servono, le onde corte possono essere chiuse senza causare problemi. La Radio Vaticana è ritrasmessa da un migliaio di stazioni locali nel mondo, quindi in un certo senso è venuta meno l'esigenza di conservare programmi specifici in onda corta nelle aree ben coperte da servizi locali. Inoltre Internet si è affiancato ai tradizionali mezzi di distribuzione dei programmi.

Come sempre, gli interventi su questo tema di padre Lombardi sono assai precisi e documentati, contribuendo a fare chiarezza su argomenti che coinvolgono non solo gli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto gli utenti; nella sua lettera, infatti, definisce chiaramente quali sono i parametri su cui si sta ragionando nell'ambito della trasformazione dei media vaticani e, se un limite dovessimo trovare in quanto scrive padre Lombardi, sarebbe quello che egli stesso sottolinea dicendo: "Prescindo qui da altre considerazioni di carattere “politico-strategico” circa le trasmissioni in OC e la “occupazione” delle frequenze a livello internazionale e mondiale, considerazioni che sono certamente sensate e interessanti, ma che mi sembrano oggi aldilà degli orizzonti concreti delle comunicazioni vaticane."

Si tratta di un limite perché oggi i media, come spiega Lisa Gitelman, vanno considerati su un doppio livello, tecnologico e sociale; quindi la possibilità tecnologica e l'opportunità socio-politica sono cose distinte, ma non possono che andare di pari passo. Del resto, è evidente che ci sono fonti di informazione e comunicazione nelle quali l'aspetto sociale è fortemente connesso con il messaggio stesso. E' il caso della Radio Vaticana, come lo è stato per la Radio delle Nazioni Unite e come lo è per le emittenti che si rivolgono a minoranze e comunità ben definite, ad esempio Radio Capodistria.

Per questo, vogliamo contribuire al dibattito su questi parametri, ricordando alcuni dati concreti che necessitano di riflessione e che, in un certo senso fanno capire quanto la radio sia utile (alcuni di questi sono trattati nella ricerca "La radio tra convergenza e multimedialità", che sarà pubblicata in primavera e che abbiamo anticipato nel corso del XIII Forum Italradio di Pisa):

  1. Secondo i dati dell'UIT, nel 2016 solo il 49% della popolazione mondiale ha una connessione mobile; la percentuale sale al 90% nei Paesi sviluppati, mentre scende al 40% nei Paesi in via di sviluppo. Leggermente inferiore, pari al 47%, la percentuale della popolazione che usa Internet. Queste percentuali comprendono anche le zone in cui Internet è presente, ma sottoposto a vincoli di censura e controllo.

  2. Lo streaming permette di risparmiare solo a chi trasmette, semplicemente perché scarica i costi su chi riceve. Una radiolina a onde medie costa pochissimo, una a onde corte si trova da venti Euro in su. Uno smartphone costa decisamente di più e dura di meno, senza contare i costi di abbonamento. Per questo sosteniamo che la radio è ancora lo strumento migliore per avere un servizio pubblico che risponda pienamente ai principi di eguaglianza e di continuità. Si tenga presente che 8 ore di ascolto di stazioni in streaming a 32 kbs portano a un consumo di banda di 1 Giga, pari a quelli offerti mensilmente dai più comuni abbonamenti mobili, e che le richieste principali in mobilità riguardano i contenuti video, non audio. Quindi anche gli utenti dei Paesi sviluppati si chiedono perché dovrebbero impiegare costosa banda per un servizio che possono ricevere via radio.

  3. La sostituzione del mezzo di distribuzione - dalle onde radio allo streaming - non è neutra. Così come il modo di leggere differente tra carta e schermo, tra quotidiano e Internet, anche l'ascolto di un contenuto audio nel mezzo di una navigazione su Internet non è equivalente all'ascolto di una stazione radio; d'altro canto, anche i contenuti di una trasmissione da ascoltare in modalità lineare sono diversi da quelli di un programma destinato al podcast. Ci limitiamo a ricordare che già nel 1985 Meyrowitz, nel suo ancora fondamentale "Oltre il senso del luogo", suggeriva di esaminare attentamente le conseguenze sociali dell'introduzione di un nuovo medium e che Jenkins, nel suo recente "Cultura convergente", ci dice che non bisogna sacrificare "la base di fan esistente per cercare un mercato totalmente diverso".

  4. Come giustamente osserva padre Lombardi, la pur promettente tecnologia DRM ha avuto successo solo in Asia, in particolare in India. Anche il DAB, però, è assai lontano dall'essere considerata una tecnologia di successo: ha senso, in quest'ottica, conservare la presenza della Radio Vaticana sulla rete DAB italiana a discapito dell'FM su Roma? Si tratta di una tecnologia dal futuro dubbio in un Paese perfettamente coperto dalle stazioni che ritrasmettono la Radio Vaticana. E, a proposito di ritrasmissioni, padre Lombardi cita la Francia come Paese in cui le ritrasmissioni hanno vasto pubblico; è incomprensibile, allora, che proprio il programma francese sia stato ridotto così duramente.


Fin qui le considerazioni generali. Vale la pena, però, di riflettere anche sul caso specifico della Radio Vaticana, la cui importanza è universalmente riconosciuta anche al di fuori del mondo cattolico.
Pare inevitabile che le trasformazioni in atto siano destinate a lasciare molti senza l'ascolto della Radio Vaticana e, forse, ne possano guadagnare altri.
Da un punto di vista economico, è certamente conveniente; ma è in drammatica contraddizione con i valori che la Radio Vaticana, da sempre vista come il mezzo con cui la Chiesa raggiunge anche gli ultimi e quelle periferie alle quali è così attento Papa Francesco, ha incarnato fin dal primo giorno della sua fondazione. Era, in altre parole, il simbolo stesso dell'universalità del messaggio che trasmetteva. Oggi questa universalità viene meno, perché - le reazioni e i commenti dei nostri lettori sono indicative - la percezione che si ha della comunicazione vaticana è che metta al centro le tecnologie invece degli utenti e che si rivolga solo a chi può e vuole usare i nuovi media, mentre gli ascoltatori tradizionali sono trattati come un fastidioso e costoso fardello di cui liberarsi al più presto. Certamente non è così, ma non c'è dubbio che la percezione sia questa e che il messaggio ne risulti fortemente indebolito.

La credibilità del messaggio, però, appartiene già considerazioni politico-strategiche. Solo i dati di ascolto via Internet, con la loro distribuzione geografica, ci permetterebbero di capire con chiarezza se l'abbandono delle onde radio sia giustificato o meno. Da quanto possiamo vedere per altre stazioni, oggi siamo lontanissimi da numeri che giustifichino il passaggio dalle onde radio allo streaming. In futuro, forse, sì. Oggi, probabilmente, no.

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